| NUTO REVELLI | ||||
about ...Erano stanchi i miei alpini, dopo le esperienze non certo esaltanti del fronte occidentale e del fronte greco-albanese. Diventarono i miei "maestri". Dialogavo con loro, li ascoltavo. Mi intimidivano. Mi aiutavano a capire, a crescere. Avevano la famiglia, la casa al centro di tutto. Il loro unico sogno era una "licenza agricola". Nuto Revelli altri link La politica perduta Marco Revelli orti & giardini blog archivio febbraio 2004 counter visitato *loading* volte |
lunedì, febbraio 09, 2004 Nuto Revelli
Una vita spesa a combattere l'Italia delle amnesie, dei vuoti di memoria, delle rimozioni. L'Italia che preferisce la retorica alla responsabilità verso la sua storia. L'Italia che celebra e dimentica. I suoi libri sono lavori testardi, rigorosi, che niente concedono alle mode letterarie ed a quelle delle troppo frequenti «revisioni» storiche: lavori, appunto, sulla memoria. (Michele Calandri, Mario Cordero) ![]() Nuto Revelli, classe 1919.
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BIBLIOGRAFIA
Sì, la 'resistenza' che è una dote dell'uomo maturo, dell'uomo che rifiuta tutto ciò che è ingiusto, e si ribella, si ribella... La Bibbia è piena di 'resistenza', da Mosè, da Giacobbe..., fino all'Apocalisse è tutta una 'resistenza'. Persino Paolo, grande Apostolo, grande scrittore, geniale, resiste contro Pietro che è la somma autorità costituita. Dice: 'Tu, tu vai indietro invece di andare avanti. Tu segui la legge di Mosè, e non vuoi fare quei passi che Gesù ci ha insegnato a fare, conquistare il mondo'. E lo dice proprio in una sua lettera: 'Io resistetti in faccia a Pietro'. Proprio 'resistenza'. La 'resistenza è perciò una cosa sacra, è un elemento di vita che conserva la vita, e respinge tutto quello che è contrario alla dignità umana e alla vita stessa. Io la 'resistenza' l'ho sempre interpretata così, e tanto più adesso la considero ancora così". da Quando a resistere stavano anche i preti Il prete giusto / Nuto Revelli. - Torino : Einaudi, 1998. - Un intervento di Nuto Revelli in occasione del conferimento della laurea Honoris causa
La laurea Honoris causa che questa prestigiosa università mi ha conferito, mi inorgoglisce perché premia il mio impegno di cultore delle "fonti orali". Ma soprattutto mi intimidisce perché la maggior parte del merito delle mie indagini spetta agli autori delle storie di vita che ho raccolto, ai protagonisti del mio "mondo dei vinti".
Avevo 20 anni nel luglio del '39 quando conseguii presso l'istituto tecnico di Cuneo il diploma di geometra. La guerra era alle porte. Non per niente domandai subito di venire ammesso in un'accademia militare per imparare quel mestiere. Altro che geometra. Trascorsi due anni a Modena, in quella scuola severa come un seminario. Poi, con il grado di sottotenente, fui assegnato al II reggimento alpini della divisione Cuneense, che era appena rientrato dall'Albania. Erano stanchi i miei alpini, dopo le esperienze non certo esaltanti del fronte occidentale e del fronte greco-albanese. Diventarono i miei "maestri". Dialogavo con loro, li ascoltavo. Mi intimidivano. Mi aiutavano a capire, a crescere. Avevano la famiglia, la casa al centro di tutto. Il loro unico sogno era una "licenza agricola". Nel luglio del '42, con il V reggimento alpini della divisione Tridentina, fui inviato sul fronte russo. Conservo un ricordo preciso di quanto fosse immensa la mia ignoranza. Appartenevo alla categoria dei cosiddetti "colti" ma a malapena sapevo dove fosse collocata geograficamente l'Urss. Non mi rendevo conto di appartenere a un esercito di aggressori. I tedeschi vincevano anche per noi e li consideravo alleati preziosi. Andavo a migliaia di chilometri da casa mia, ad ammazzare o a farmi ammazzare, ma per che cosa? Per la "Patria". Quale "Patria"? Quella del fascismo, della monarchia, dei Savoia? Quando si intuisce di essere ignoranti si compie già il primo passo per uscire dal buio. Decisi di tenere un diario. Mi ripromettevo di elencare i momenti più significativi dell'esperienza che stavo per vivere, di registrare i miei stati d'animo, miei sentimenti più intimi. Volevo imparare, volevo capire. "Migliaia di uomini mandati a morire con tanta superficialità e senza alcuna preparazione. In Russia non credevo più a niente" In un colloquio di parecchie ore , il comandante partigiano Nuto Revelli ci ha raccontato la sua storia: dall'Accademia militare di Modena alla partenza per la Russia, alla drammatica ritirata, al ritorno in Italia. Gli abbiamo chiesto di spiegarci come vedeva l'Italia, il fascismo, i tedeschi, la guerra, dal lontano Don. Molti dei fatti narrati si possono ritrovare nei suoi libri, dal diariodi Russia ["Mai tardi"] fino all'ultimo, bellissimo, "Il disperso di Marburg". Questa è la sintesi della sua testimonianza. Nuto Revelli Il fronte russo è stata la mia prima esperienza di guerra. Ero uscito da poco dall'Accademia militare di Modena, e i miei insegnanti per la maggior parte erano ufficiali anziani con l'esperienza della guerra 1915-18 sulle spalle. E il nostro esercito alla vigilia della seconda guerra mondiale era in gran parte l'esercito della prima, come preparazione, o meglio impreparazione militare: era fuori dal tempo, superato, strutturato per una guerra più di posizione che di movimento, concepito quando non si parlava ancora di colonne corazzate, di aerei come elementi dominanti nella strategia. Quando sono uscito dall'Accademia avevo tanta teoria in testa, ma superata.Non voglio sminuire i miei insegnanti di allora, perché da loro qualcosa ho appreso, però sul piano pratico erano cose vecchie. Avevo visto Nasci, era lì che ci guardava sfilare, con questi due sottufficiali coi mitra. Poi li ho rivisti qui a Cuneo, in dotazione ai "balordi" della Ettore Muti di Borgo San Dalmazzo che erano delle bestie feroci, giovani e meno giovani. Il mio era un equipaggiamento da ufficiale, diversissimo da quello dei soldati. Prima di partire per la Russia ero andato dal miglior calzolaio di Cuneo per farmi fare degli scarponi da montagna a regola d'arte. Le scarpe in dotazione alla truppa, invece, erano le stesse che usavano i soldati in Africa. I vertici del fascismo sapevano tutto. Io la responsabilità la dò sempre a quell'uomo - Mussolini - ma anche al regime, ai vertici militari, al potere economico, alla monarchia. Anche quel re piccolo piccolo sapeva tutto. Costoro giocavano la carta dei tedeschi, puntavano tutto sui tedeschi che vincevano dappertutto. Tanto i tedeschi fan tutto loro, noi diamo una mano e poi ci pensano loro. Sapevano tutto, non erano nella condizione del nostro montanaro con la seconda elementare. C'era stata la guerra contro la Francia, e quella del fronte greco-albanese che è stata una esperienza drammatica: là i congelati non erano 2000, ma molte migliaia. La guerra è durata dal 28 ottobre del 40 a maggio/aprile del 41, quando sono arrivati i tedeschi a toglierci dalle difficoltà. Là la logistica era saltata per aria, era inadeguata perfino a risolvere i problemi del rifornimento del pane ai soldati. La guerra con la Francia: se ne sa poco ma merita di essere studiata perché è stata il collaudo del nostro esercito che aveva stravinto in Etiopia, dove però si combatteva contro i bastoni e le lance. Il vero collaudo è stato sul fronte occidentale. Per due giorni è stato tutto un susseguirsi di ordini e contrordini: sparate, non sparate. Poi iniziare la marcia verso Marsiglia. I francesi che erano barricati nei loro bunker con le artiglierie efficienti, appena ci siam mossi hanno cominciato a picchiarci in testa. Quando sono giunto a Cuneo dopo l'Accademia, ero curiosissimo, sapevo che sarei dovuto andare in guerra. I miei alpini nel maggio del 41 erano appena tornati dal fronte greco-albanese. Avevo una quarantina di uomini, li interrogavo, li ascoltavo. Li invitavo a parlare e imparavo. Dicevano in coro che le loro artiglierie facevano pietà: i mortai greci erano micidiali, sembravano dei giocattoli ma erano efficienti. Perdevano le scarpe a pezzi, le tenevano legate con il fil di ferro. Avevano sofferto la fame, mancavano le munizioni. I miei soldati avevano vissuto quasi tutti l'esperienza del fronte occidentale. Mi parlavano i congelamenti, le nostre valli intasate, la confusione, storie incredibili. Era gente di montagna che aveva vissuto male quella guerra: magari dall'altra parte, con i francesi, c'erano i loro parenti, emigrati poco tempo prima. Badoglio venne esautorato, era capo di stato maggiore. Al suo posto subentrò Cavallero che andava bene a Mussolini. Badoglio capro espiatorio del disastro. Il giorno dopo questa operazione in 180 allievi del mio corso siamo alla lezione di storia. Entra il colonnello Reggiani, bravissimo insegnante di storia militare, che rispettavamo molto. Come entrava nell'aula tutti scattavamo sull'attenti, si sentiva come un rumore di tamburi perché il pavimento era di legno. Si aspettava che l'insegnante dicesse "Comodi". Scattiamo tutti sull'attenti e il colonnello con voce commossa e le lacrime agli occhi pronuncia una frase più o meno come questa: "Delle squadracce dei fascisti, gente che vale niente, hanno osato esautorare il maresciallo Pietro Badoglio che è l'esercito". Erano pugni nello stomaco per dei giovani sui 20 anni che avevano sempre sentito osannare il duce. E arriviamo all'ultimo messaggio. Il giorno in cui abbiamo finito l'accademia. Il nostro generale, Giacomo Carboni, ci ha riuniti e ci ha detto: "La guerra va male, le responsabilità non sono dell'esercito, sono del fascismo". Un altro pugno nello stomaco, come se chiudendo un seminario il professore avesse tirato una bestemmia. Avevo già socchiuso gli occhi quando arrivai qui a Cuneo, e i miei soldati mi fecero un corso accelerato. Poi mi hanno trasferito a Rivoli, dove i miei soldati erano montanari e contadini valtellinesi. Anche lì continuavo ad ascoltare nuove verità. Tutte queste cose si intrecciavano, sovrapponendosi. Io intuivo che i miei soldati non ne volevano sapere di andare in guerra. Ignoravano che la Polonia era occupata dal settembre del 1939. Donne, vecchi, bambini. Era una stazione il cui immobile era modestissimo. Ho visto questa folla venire verso di noi e poi ho visto i bambini che saltellavano, gli unici ancora vitali - facevano tenerezza nei loro giacconi da adulti. Sullo sfondo era comparso uno strano personaggio, indossava una specie di smoking tutto nero, cravattina a farfalla, camicia bianca, e brandiva un bastone. Sembrava uno spaventapasseri e rincorreva i bambini per evitare che ci raggiungessero. Ma lo faceva senza convinzione, rientrava forse nel suo ruolo di kapò improvvisato. A 20 metri da questo branco di relitti, tre SS: erano ragazzi, spilungoni eleganti nelle divise. Sorvegliavano con le gambe divaricate in posizione di riposo ma anche del "chi va là", con le mitragliette puntate. Sembravano indifferenti, assenti, lasciavano che questa gente si mescolasse a noi. Odiosi, sembravano finti con le facce lisce, sbarbate, da bambini cresciuti troppo in fretta. Guardavo questa gente, avrei voluto scambiare qualche parola, capire. Elemosinavano un pezzo di pane, un rifiuto. Ci guardavano, mormoravano, non si capiva niente. Parlavo con i miei colleghi. Volevo capire: "Ma questi qui sono pazzi a farci vedere uno spettacolo del genere, terrificante. E' uno spettacolo che fiacca il morale. Che senso ha?". Il meccanismo dello spettacolo faceva capire che esibivano la cosa, quei 3 tedeschi rigidi come manichini permettevano a questa gente di avvicinarsi a noi. Era voluto. Mi chiedevo se fosse un caso isolato, questo spettacolo. "Santa Madonna, se questa è la guerra dei tedeschi io non ci sto, non è la mia". Io che ero partito per andare a capire, cominciavo a capire. Eravamo talmente spaventati di fronte a quella visione che in quella sosta durata 3 ore abbiamo avuto il tempo di preparare un rancio caldo, il primo dopo tanti giorni. Abbiamo distribuito il rancio a questa gente che era stata attratta dal profumo del minestrone. Non avevano niente dove metterlo e così si industriavano rimediando tra i binari scatolette di latta arrugginite, buttate dalle tradotte. E' qui che i miei interrogativi hanno cominciato a trovare una risposta. Poi è successo quello che succede sempre in guerra: ripartimmo, voltammo pagina. Siamo arrivati a Novo Gorlovca convinti di andare sul Caucaso, il che ci dava una certa tranquillità perché era montagna. E invece... Arrivammo al fronte l'11 settembre, io il 24 settembre sono rimasto ferito: una raffica mi ha portato via il bicipite del braccio sinistro. E lì è cominciata la trafila degli ospedali, delle retrovie. Mi sono reso conto della disorganizzazione delle nostre retrovie, della corruzione. Ed è lì che sono diventato un ribelle: vedevo i tedeschi nelle retrovie, motorizzati, con camion, automobili, motociclette e noi poveracci a piedi dappertutto. Retrovie false, scombinate. I tedeschi li ho odiati a Voroscilovgrad, circa 200 km dal fronte, dove ero arrivato dopo una lunga trafila in altri ospedali. C'era un ospedale enorme, da dove era vietato uscire, e io uscivo perché era l'unico modo per ribellarmi. Un giorno vidi passare una colonna di civili, solo uomini, non ebrei, guardati dai tedeschi con le mitragliette. Erano in fila per due intramezzati ogni tanto da un tedesco. Mi colpiva la loro dignità, camminavano a testa alta. Ho provato una vergogna profonda, di chi prende coscienza di essere un aggressore. Poi è arrivato il freddo. I soldati erano stranamente ingrassati. Siamo usciti come siamo usciti, quasi ognuno per proprio conto. Io avevo 3 slitte cariche di feriti. Ci siamo fermati un giorno o due e poi ci hanno detto che bisognava ripartire verso ovest. Il mio reparto non aveva più 342 alpini: s'era ridotto a 60/70. I muli li avevamo persi quasi tutti. Abbiamo percorso altri 700 km per raggiungere Slobin, zona di radunata della divisione. Qui abbiamo avuto una sosta. Quel collega che mi diceva "Chissà se a Roma sanno". Ma cosa vuoi che sappiano, a Roma ci hanno già dimenticato. Me lo sono detto tante volte dopo questo episodio: se esco vivo di qui lascio l'esercito. Non sopportavo più la divisa, gli ordini, s'era rotto qualcosa. Era la retorica aiutata dalla spietatezza che avevano i tedeschi nelle rappresaglie, nelle risposte, negli atteggiamenti. I tedeschi urlavano sempre. Era più forte di loro, urlavano sempre. La stupidità del fascismo, e i suoi molti complici, come il re che pensava a se stesso, alla monarchia, ai propri interessi, e noi eravamo là a crepare. ...si fidava di lei, le raccontava la propria vita, le proprie esperienze… Ma, le dirò, uno dei lasciapassare importanti, era che avevo vissuto l’esperienza di Russia, era come una garanzia. Poi lei immagina, diventa un lavoro a catena, lei va da una famiglia, in una borgata, viene accolto, poi di lì va in un’altra, di lì va in un’altra. L’aver partecipato alla guerra di Russia, l’essere un superstite di quella esperienza, in quel contesto era importante, era una garanzia. Dove quella garanzia non bastava, mi facevo aiutare da delle persone del posto, influenti, che io ho poi catalogato come "mediatori", che mi accompagnavano, garantivano per me, entravano in quelle famiglie e dicevano: "Potete fidarvi". E’ difficile ascoltare, era una sofferenza ascoltare i superstiti della prigionia di Russia. Ho raccolto migliaia di lettere dei soldati che non erano tornati dai vari fronti di guerra, soprattutto dal fronte russo, le lettere che avevano scritto alle famiglie. Andavo a raccogliere gli epistolari, li ho pubblicati, nell’"Ultimo fronte", nel 1971, è stato edito da Einaudi. Passavo da una ricerca all’altra, finivo una ricerca e ne avevo già iniziata un’altra nuova. Lei si è dedicato al mondo contadino. Che cosa l’ha spinta a iniziare questa indagine? Negli anni, fine anni Cinquanta, anni Sessanta, in questa mia provincia è iniziato il processo di industrializzazione. Paracadutato, dall’alto, come è arrivata la Michelin, non c’erano le industrie in provincia di Cuneo, se non qualcuna, ma poche. E’ arrivata un’industria come la Michelin che doveva assumere 7000 dipendenti. Ne ha poi assunti parecchi di meno. C’è stata un’operazione di esodo dalla campagna povera, di esodo caotico, scappavano dalla montagna, alla ricerca di una busta paga qui nelle industrie. Quindi io assistevo a questa fuga dalle zone depresse, e la cosa mi impressionava, perché non era minimamente preventivato un esodo del genere, era lasciato a sé. Penso ai politici di allora, che non capivano, non sapevano, minimizzavano. Ecco, questa operazione dell’esodo mi aveva colpito moltissimo. Ho iniziato l’indagine del mondo dei vinti, vinti perché sconfitti, perché obbligati a cercare delle soluzioni che a me non sembravano le più giuste insomma. Ho iniziato l’indagine del mondo dei vinti dando la parola sovente, spesso, alle persone anziane che sapevano, magari mi parlavano della loro emigrazione di inizio secolo verso le Americhe, verso la Francia. Ma anche le Americhe, America del nord, poi l’altra America, l’Argentina, l’emigrazione. Assistevo all’esodo grandioso, grandioso, scappavano proprio, dal loro ambiente. Allora mi sono detto: una parte di queste persone hanno delle esperienze straordinarie da raccontare, o le ascolto io adesso oppure va tutto perduto. Allora ho cominciato. Un lavoro difficile, faticoso. Con "Il mondo dei vinti" ho raccolto 270 testimonianze, durata media tre o quattro ore, disperse in tutta la montagna, l’arco alpino. Era già difficile farsi accettare, poi che parlassero, che raccontassero, perché rimanesse almeno qualcosa di queste storie, di una società che cambiava rapidamente, su, a pochi chilometri da Cuneo si sfilacciava il tessuto sociale di vaste aree, e rimanevano solo gli anziani. E’ stata una pagina, è una pagina ancora sulla quale bisogna ancora meditare oggi. Quando sento parlare di difesa del territorio, per fortuna, le rare volte in cui c’è un’alluvione, ma ogni tanto c’è un’alluvione, allora si dice: "Eh, ma perché non c’è più la gente in montagna, si custodiva il territorio, lo governava". Ma non c’è più ed è difficilmente rinnovabile. Dove è cresciuto il deserto, rimane il deserto, nelle aree della montagna, le nostre valli sono spopolate. Allora prima ho raccolto le testimonianze del mondo dei vinti, sono testimonianze quasi tutte di uomini, e poi le testimonianze de "L’anello forte", ho dedicato altri otto anni a raccogliere 260 testionianze, anche lì tutte di donne, in parte di donne calabresi, meridionali. Negli anni Sessanta, era iniziato il fenomeno delle donne del sud che venivano a sposare i nostri contadini, non più giovani, che qui non trovavano più mogli. C’erano dei mediatori, combinavano questi matrimoni, tanti eh, centinaia. Dato che con "Il mondo dei vinti" avevano parlato soprattutto gli uomini, ho deciso di far parlare soltanto le donne e ho messo insieme "L’anello forte". Storie di vita, esperienze di vita. Revelli, lei oltre a raccogliere centinaia e centinaia di testimonianze con il registratore le ha anche pubblicate sui libri, facendo quindi un immenso lavoro di trascrizione e di selezione del materiale. Ci vuole spiegare come si svolgeva questo lavoro? La trascrizione è un’altra fatica, però era interessante per me, mi coinvolgeva, perché riascoltavo la testimonianza, con calma, individuavo gli eventuali miei errori compiuti durante il lavoro della testimonianza e quindi modificavo se necessario il mio sistema di dialogo. Se il mio interlocutore, il mio testimone parlava, raccontava e io interferivo in maniera inopportuna, riascoltando la testimonianza li coglievo questi miei errori, cercavo di non più ripeterli. La trascrizione era faticosa, ma per me era importante, per me era interessante. La selezione è difficile, ho dovuto sacrificare tantissime cose. Poi magari riassunte nell’introduzione, nelle introduzioni, ma difficile. Però un lavoro che mi appassionava, mi appassionava. Dedicavo tutto il tempo libero, non so, come definirlo se era tempo libero, cosa diavolo fosse, mi dedicavo con passione. … un libro in cui ha ricostruito la misteriosa scomparsa di un ufficiale tedesco nell’Italia occupata dai nazisti. Come mai Revelli ha deciso di tornare alle vicende della guerra, per di più occupandosi di un tedesco, quindi di un nemico? Dopo "L’anello forte" avevo in testa di dedicare un’altra indagine al clero della campagna povera della provincia di Cuneo, perché mi ero reso conto che il clero aveva avuto e aveva un’importanza grandissima. E infatti, prima ancora che uscisse "L’anello forte", avevo già realizzato cinque o sei testimonianze di preti, preti della campagna povera. Mi interessava molto quell’argomento. Poi mi è scattato l’interesse per quel tedesco. Un mio partigiano mi ha raccontato di quel tedesco disperso, scomparso qui a Cuneo. La figura del disperso, gira e rigira torniamo sempre all’esperienza di Russia. Disperso. "Ma è un tedesco". Però è un disperso, che è sparito qui a Cuneo, un giovane. Capire questa storia, così come mi veniva accennata era confusa, era poco convincente. Ho cominciato anche lì, poi più era difficile più io mi davo da fare e infatti ho lavorato anche lì degli anni su un discorso fonti orali, testimonianze di fonti orali, e poi testimonianze scritte di archivi, archivi tedeschi. Ed è uscito "Il disperso di ….". Mi ero quasi immedesimato in quel tedesco. Lei pensi che fin dall’inizio, quasi dall’inizio, mi stavo dicendo ma chissà questo tedesco qui che girava per le campagna intorno a Cuneo a cavallo come evasione, non avesse vissuto un’esperienza come la mia in Russia, ne fosse uscito tormentato, frustrato, non so, mi immedesimavo in quello, senza saperne niente. Allora ho iniziato la mia indagine finché non ho scoperto tutto, ho scoperto anche che era stato in Russia anche lui, questo giovane tedesco, poi rimase disperso qui. Non solo aveva perso l’unico fratello sul fronte russo. Nuto Revelli, lei ha sempre rifiutato le etichette di storico, di antropologo, che di volta in volta le venivano date, preferendo definirsi un autodidatta. Ma per lei essere un autodidatta era un limite? No, no, è stato abbastanza un vantaggio, perché da autodidatta non mi sono formalizzato tanto, andavo molto alla sostanza, poi lavorando anni e anni si impara eh, un po’ di esperienza l’avevo già, se lei pensa al mio dialogo da militare con i miei soldati, lì ho imparato a avvicinare la gente semplice, la gente contadina. Poi la guerra partigiana, durante la guerra partigiana ho imparato a conoscere quel mondo. Poi lavorando con le testimonianze si matura, si conosce, si correggono degli errori e le valutazioni sbagliate, se si lavora con alla base un criterio di umiltà, non credere di poter esibire la propria cultura, il proprio titolo di studio, queste cose qui, a quel mondo, perché mi ricordo dei miei soldati c’erano di quelli con la seconda elementare, forse mal fatta, su certe cose avevano delle intuizioni, si mangiavano in insalata i colonnelli, come intuizioni. Non era il titolo di studio che faceva la misura dell’intelligenza. Quindi rispetto assoluto nei confronti di quella gente lì. Poi si impara. Ci vuole un po’ di umiltà, non credere di andare ad insegnare. Io andavo ad imparare, negli incontri con i miei testimoni, tutti diversi l’uno dall’altro, tutti diversi l’uno dall’altro. Poi era un mosaico che si componeva, prendeva forma, meno male, che mi sono dedicato a questi impegni. Nuto Revelli, ci sono stati dei personaggi della cultura italiana che l’hanno seguita o incoraggiata nelle sue ricerche? Quando ho iniziato il discorso contadino, quello de "Il mondo dei vinti", nel 1970, una persona importante che ha saputo che stavo per iniziare questa indagine era Manlio Rossi Doria, un uomo straordinario, un docente universitario, specialista soprattutto interessatissimo del Meridione ma non solo. Manlio Rossi Doria, ha saputo che io iniziavo questo lavoro, da Franco Venturi, che era un altro docento universitario mio amico di Torino ed è venuto a trovarmi, partì da Roma ed è venuto a trovarmi, è stato qui una settimana, abbiamo girato le montagne e le valli con lui, ho girato le montagne e le valli con lui, a farlo parlare con la gente, mi ha incoraggiato, era bravissimo. Sempre più o meno in quel periodo, un giorno mi ha telefonato da Torino Franco Venturi, dicendo che uno studioso, un antropologo inglese voleva venire dalle mie parti a fare un’indagine nel mondo contadino, dall’Inghilterra, questo antropologo il cui nome era Barkley, uno abbastanza noto. Cosa avrebbe voluto fare qui: cercava un paese, una comunità di una valle del Cuneese, per studiare il fenomeno dell’esodo con l’industrializzazione che era in corso. So che mi ero chiesto, glielo avevo detto, ma deve partire da Londra questo qui? Ma c’è Torino qui, a ottanta chilometri da Cuneo, che non ci sia nessuno dell’università di Torino che abbia interesse a questo fenomeno che è grandioso in atto? Il fatto che dovesse arrivare uno studioso dall’Inghilterra ad interessarsi di queste cose nostre, invece di demoralizzarmi mi infondeva quasi una carica maggiore, come per dire, quello che faccio è utile, va fatto, se non lo fanno gli altri lo faccio io. Era una molla quasi per farmi lavorare. Ed è così che ho realizzato quello che ho realizzato. Nuto Revelli, come si spiega il fatto che nonostante il riconoscimento ed il successo dei suoi libri in Italia non ci siano state molte altre persone che hanno compiuto indagini così ampie, così approfondite come le sue? Perché è un lavoro faticoso. Nessun giovane può fare un lavoro come ne ho fatti io diversi. Un giovane non, io queste cose le capivo già da allora, dall’inizio, si può dire ad un giovane fai un’indagine come quella de "Il mondo dei vinti"? Un giovane finisce l’università, deve fare la tesi di laurea, qualche mese, un paio d’anni, un giovane come fa a dedicare sette otto anni ad un’indagine? Come fa? Sono indagini anche economicamente costose, bisogna muoversi, bisogna andare, bisogna a volte fermarsi, non è facile, bisogna dedicarsi, dedicarsi. Questa è la trascrizione di una intervista a Nuto Revelli che ho ascoltato casualmente alla radio ("Il Novecento racconta", intervista di Andrea Giuseppini a Nuto Revelli, un programma di Flavia Pesetti.). Mancano dei riferimenti precisi alla trasmissione, alla stazione, alla data di emissione ed altro. Purtroppo è presa proprio per caso, ma mi sembra particolarmente interessante, per cui la metto subito in linea. Nei prossimi giorni cercherò di sistemarla! Michele Calandri - Mario Cordero (a cura di), Nuto Revelli. Percorsi di memoria, "Il Presente e la Storia", rivista dell'Istituto storico della Resistenza in Cuneo e provincia, n. 55, giugno 1999, pp. 353, L. 35.000. "A Nuto per i suoi ottant'anni", è la semplice dedica che i curatori dell'opera pongono in apertura della presentazione.
Semplice e diretta, schietta e priva di retorica come piace a lui, al soldato, partigiano, memorialista, storico, narratore che di se stesso, rudemente e da tipico piemontese che detesta ogni enfasi, accetta per buona solo la definizione di "manovale della ricerca". Dopo riconoscimenti, premi e successi editoriali internazionali gli giunge ora questo atto di omaggio - un libro intero su di lui, sulla sua opera - dall'Istituto per la storia della Resistenza che ha contribuito a fondare nel 1964. Ma gli arriva anche dalla sua città, quella Cuneo che non sempre, affermano i curatori, "ha capito e riconosciuto il debito" verso un uomo certo ammirato ma anche un po' temuto "per la sua intransigenza, per la sua autorevolezza, per la sua coerenza, per il coraggio di dire le cose chiare".
La prima delle tre sezioni - "Saggi, testimonianze, documenti" - in cui l'opera è suddivisa raccoglie i contributi critici di maggior spessore, a firma di Giovanni De Luna, Luisa Passerini, Mario Isnenghi, Giorgio Rochat, Laurana Lajolo, Fausto Ciuffi, Bodo Guthmüller e Massimo Luciani. Le diverse voci mettono a fuoco alcuni temi: dalla difficoltà di collocare in schemi precostituiti la sua opera (storia? letteratura? antropologia?), alle modalità di ricerca utilizzate da Nuto Revelli, dalla sua formazione militare alla ricerca sul campo per documentare la cultura contadina delle pianure e delle colline del basso Piemonte. Per estensione e penetrazione, mi pare siano i due saggi firmati da donne ad essere più significativi. Luisa Passerini riflette sul rapporto tra oralità e scrittura nelle opere di Revelli, insistendo sul fatto che egli non va considerato uno storico professionista in senso stretto, in quanto raccoglie, organizza e usa il materiale in modo più letterario che non scientifico. Ciò non significa naturalmente sottostimarne il pregio, anzi: ricostruendo il dibattito storiografico sulla sua opera con il rimando alle recensioni, spesso firmate da importanti esponenti della cultura italiana, alle opere pubblicate tra 1946 e 1998, Luisa Passerini vuole richiamare l'attenzione sul particolare valore espressivo della sua opera, a suo parere non sufficientemente riconosciuto perché "nascosto" dai significati morali, documentari, sociali. È su questi aspetti che si sofferma invece Laurana Lajolo, in un lungo contributo ("L'interprete del mondo contadino") nel quale il valore forte dell'opera di Revelli viene individuato nell'aver testimoniato "attraverso ricordi, pensieri, emozioni, il passaggio traumatico dall'Italia rurale a quella industriale, la trasformazione epocale che rappresenta uno snodo decisivo della storia dell'Italia repubblicana". Sottolineandone lo sperimentalismo metodologico - modalità di raccolta delle testimonianze, uso dei mediatori, temi di indagine, attenzione per la storia "di genere", linguaggio - Lajolo esalta in Revelli il ricercatore attento, capace di indignarsi - al pari di Pier Paolo Pasolini - per il "genocidio" contadino e di porsi in perfetta sintonia con i propri testimoni (dei quali, se mai, non riesce a condividere unicamente il modo di schierarsi - ma sarebbe forse meglio dire di non schierarsi - politicamente nel dopoguerra). Nelle "Testimonianze" trovano posto ricordi affettuosi di amici, tra i quali Ernesto Ferrero (che scrive al posto del recentemente scomparso Giulio Einaudi e tratteggia il lungo sodalizio di Revelli con la casa editrice torinese), Mario Rigoni Stern (al quale, sia detto qui per inciso, Mario Isnenghi aveva accostato Revelli nel suo saggio per comunanza di percorso e di ispirazione e che qui, con commozione, rievoca all'amico cuneese la tragica esperienza della ritirata in Russia), Alessandro Galante Garrone, Gian Luigi Beccaria (che torna sulla condivisa passione per la lingua della cultura contadina), Christoph Schminck-Gustavus, l'amico e collaboratore tedesco che lo ha aiutato nella ricerca delle fonti archivistiche sul caso dell'ufficiale - un "tedesco buono"!? - cui Revelli ha dedicato nel 1994 "Il disperso di Marburg". Chiude il prezioso volume la sezione "Documenti", in cui è collocata una prima bibliografia delle opere di Nuto Revelli, curata da Alessandra Demichelis, e le lettere di Livio Bianco a Nuto tra primavera 1944 e aprile 1945. Seppure non inedite - parte di esse sono state pubblicate in "Guerra partigiana" di Livio Bianco e altre in "La guerra dei poveri" - esse costituiscono una documentazione fondamentale per seguire da vicino, nelle parole dell'amico e maestro, il forgiarsi del "nuovo" Nuto, in cui senso dell'onore e della disciplina, spirito di servizio e amor di patria si amalgamano con una spiccata sensibilità per gli umili e una radicale scelta politica. (Marcello Vaudano) Andrea Canevaro / La cooperazione internazionale e l’Unione Europea stralcio
Seconda analogia: nelle parole di Arrigo c’è tutta l’attenzione a non sostituirsi agli altri. Si tratta di entrare in contatto e di entrare in un contesto che non è quello a cui siamo abituati, in cui abbiamo la nostra abitudine di vita; e bisogna fare molta attenzione a non sostituirsi agli altri nelle decisioni, a fare in modo che le chiavi delle porte siano sempre in mano a coloro che sono i soggetti protagonisti.
Ho sempre molto fatto riferimento a un personaggio che sembra estraneo a tutto quello di cui si occupa il nostro incontro. Si tratta di Nuto Revelli. Nuto Revelli è un raccoglitore di storie orali, che ha svolto un lavoro di grande importanza in quella che può essere chiamata la riparazione dell’offesa. Il suo percorso inizia dalla partecipazione, come giovane ufficiale degli alpini, alla campagna di Russia, rimanendo ferito – forse più nell’animo, ma profondamente - per tutto quello che viveva e che vedeva attorno a sé. Gli altri sembravano vivere con la naturalezza dell’indifferenza il massacro di una guerra insensata, che invece per lui era un interrogarsi sulle ragioni di una storia così perversa, inutile e angosciosa: massacrati e massacranti per ragioni che nessuno conosceva. È tra i superstiti, ed ha poi fatto la guerra partigiana. Ha voluto - come riparazione dell’offesa - raccontare le sue esperienze, e poi raccogliere le testimonianze degli altri. E la sua lunga ricerca, durata sette anni, ha comportato l’andare nelle case contadine e montanare del cuneese, a cercare le lettere mandate dalla campagna di Russia e, con rispetto, raccoglierle. Ha fatto la ricerca sulle donne contadine, e le ricerche sono andate avanti. Nuto Revelli ha messo spesso l’accento sul fatto che queste ricerche erano fatte andando in casa d’altri. postato da interlinea |
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